Lost white Tribes
Parola del diavolo.

ILNUOVO.IT
30 Novembre 2000
Orizio, un giornalista apripista, di Paolo Pagani
Un ottimo giornalista che, anni fa, su un grande quotidiano di Milano fece rizzare i pelucchi di lana (colorati di tutti i colori del mondo) a un produttore di maglioni per un'inchiesta choc sullo sfruttamento di lavoro minorile in una fabbrica turca, ha sornionamente socchiuso la strada a una tendenza elettrizzante. I fatti: Riccardo Orizio, ora responsabile della redazione CNNItalia di Atlanta (Usa), si fa venire in mente che è il momento di saggiare efficacia & credibilità dell'industria globalizzata. Non è il tema di dibattiti attualissimi? Non è forse lo Spirito dei Tempi a richiederlo? In particolare, dell'industria culturale. Così scrive un libro, lui vispo quarantenne italianissimo (di Brescia) ancorché con ampio uso di mondo, facendolo però tradurre al volo in inglese. Si intitola Lost White Tribes-Journeys among the Forgotten e la storia si fa interessante non appena il volume viene valutato come merita (più che bene) da Random House di Londra, una specie di tempio delle rotative. Che lo pubblica e lo mette in vendita nella primavera del Duemila a 15 sterline e 99 pence. Una prefazione sincera di un certo Ryszard Kapuscinski, il Maradona dei reporter dai Paesi del finimondo, nobilita e in un certo modo suggella la portata dell'operazione. Passa qualche mese. Pochi, per la verità. E Orizio, gentleman apripista, trova la conferma al teorema macro-economico. Rimbalzando da un'asta editoriale all'altra, il libro spiove anche in Italia.

Se l'autore avesse consegnato il suo Lost White Tribes a qualche asfittico editor di qualche asmatica Casa Editrice italiana, certamente il dattiloscritto giacerebbe tra gli inediti d'extralusso che aspettano (un'eternità) l'avvento di un responsabile di collana munito di pensiero. Invece è (nientemeno) l'editore di don Benedetto Croce, e cioè Laterza, che prima compra, poi traduce e infine diffonde sugli scaffali peninsulari "Tribù bianche perdute-Viaggio fra i dimenticati" (pagine 280, lire 25.000). Che valga la pena di leggere il "Tribù bianche perdute" è persino ovvio. Trattandosi di una magnifica idea, molto poco italiana nella sua ansia di andare oltre i confini dell'ombelico, ben realizzata e sveltamente scritta. Orizio viaggia in Asia, Africa Centrale (attenzione, sull'Africa è un maniaco tale da poter convincere Bossi della tesi che il Po nasce a Kinshasa), Americhe. E cerca i discendenti dei coloni bianchi.

Gente isolata dal mondo come i polacchi di Haiti o i bianchi Matignon della Guadalupa; i Confederados del Brasile o i tedeschi di Jamaica. Gente non più "bianca" che però non sarà mai, come dire, "colorata". Non bisogna credere che Orizio somigli ai soliti noti: Chatwin, Waugh, i monumenti del "travel writing" (la scrittura di viaggio), insomma. Bubbole. Luoghi comuni. Etichette da sfaticati. Lui, nei secoli compatito da quella santa donna di sua moglie Pia (a lei è dedicato il Tribù bianche), è un giornalista apripista, "who cares" (chissenefrega) delle paturnie di gloria. E' lo scopettone sulla muffa editoriale made in Italy.