
![]() |
ILNUOVO.IT Se l'autore avesse consegnato il suo Lost White Tribes a qualche asfittico editor di qualche asmatica Casa Editrice italiana, certamente il dattiloscritto giacerebbe tra gli inediti d'extralusso che aspettano (un'eternità) l'avvento di un responsabile di collana munito di pensiero. Invece è (nientemeno) l'editore di don Benedetto Croce, e cioè Laterza, che prima compra, poi traduce e infine diffonde sugli scaffali peninsulari "Tribù bianche perdute-Viaggio fra i dimenticati" (pagine 280, lire 25.000). Che valga la pena di leggere il "Tribù bianche perdute" è persino ovvio. Trattandosi di una magnifica idea, molto poco italiana nella sua ansia di andare oltre i confini dell'ombelico, ben realizzata e sveltamente scritta. Orizio viaggia in Asia, Africa Centrale (attenzione, sull'Africa è un maniaco tale da poter convincere Bossi della tesi che il Po nasce a Kinshasa), Americhe. E cerca i discendenti dei coloni bianchi. Gente isolata dal mondo come i polacchi di Haiti o i bianchi Matignon della Guadalupa; i Confederados del Brasile o i tedeschi di Jamaica. Gente non più "bianca" che però non sarà mai, come dire, "colorata". Non bisogna credere che Orizio somigli ai soliti noti: Chatwin, Waugh, i monumenti del "travel writing" (la scrittura di viaggio), insomma. Bubbole. Luoghi comuni. Etichette da sfaticati. Lui, nei secoli compatito da quella santa donna di sua moglie Pia (a lei è dedicato il Tribù bianche), è un giornalista apripista, "who cares" (chissenefrega) delle paturnie di gloria. E' lo scopettone sulla muffa editoriale made in Italy. |