Lost white Tribes
Parola del diavolo.

IL SOLE 24 ORE
Poveri bianchi dimenticati, di Riccardo Chiaberge
La storia comincia in un alberghetto dello Sri Lanka, dove un giovane cameriere bianco serve piatti di riso e pesce secco. Americano? Tedesco? Inglese? Si domanda il giornalista italiano di passaggio. Macché, gli spiega il suo accompagnatore, quello è srilankese al cento per cento. Ma appartiene a un clan particolare, dalla pelle chiara, i "Dutch Burgher": <Gente strana, Olandesi, o qualcosa del genere. Alcuni di loro vivono in certe ville decrepite! Non hanno da mangiare, il tetto gli cade in testa, ma loro si ostinano a viverci dentro. Come se fossimo ancora nel Settecento. Forse si sentono superiori a noi, anche se sono pezzenti>. É stato così che Riccardo Orizio ha incontrato la prima "tribù bianca". Per puro caso, lungo una strada di periferia dei Tropici.

Orizio è, insieme a Tiziano Terzani e pochi altri, uno dei rarissimi esemplari di giornalisti italiani da esportazione, in grado di scavalcare le barriere linguistiche. Dopo avere lavorato fino al '99 al <Corriere della Sera>, è attualmente responsabile della redazione di Atlanta della Cnn Italia. Le tribù bianche di cui tratta nel suo libro non hanno niente a che fare con quelle che assaltano le spiagge dei Caraibi o si comprano brividi esotici al l'Alpitour. Né tanto meno con i nuovi "schiavisti" in doppiopetto tanto invisi al popolo di Seattle. Sono i discendenti, derelitti e sbiaditi, dei coloni che attraversarono l'oceano secoli fa alla conquista di nuove terre e non tornarono mai indietro. Gli Olandesi di Ceylon, sbarcati nel Seicento con la Compagnia delle Indie.

Ma anche i polacchi di Napoleone ad Haiti, i Matignon normanni a Guadalupa, i tedeschi di Giamaica, gli americani dell'Alabama in B1rasile. Fossili di una globalizzazione preistorica. <Un'anomalia genetica - scrive Orizio - di cui nessuno vuole assumere la paternità. Rimasta troppo bianca per identificarsi con il Nuovo Mondo, diventata troppo indigena per specchiarsi ancora nel Mondo Vecchio>. Sono gli ultimi superstiti di una razza padrona che ha perduto le insegne del potere e della ricchezza: sopravvivono ai margini delle comunità in cui un tempo erano riveriti e temuti, <in bilico tra privilegio e discriminazione>, cercando di preservare la propria identità con liturgie malinconiche e grottesche. Parlano idiomi ibridi, curiose mescolanze di lingue perdute. Gente che porta incisa nel suo Dna una lunga storia di sfruttamento, di violenza e di schiavitù, album di orrori di cui è stata a volta a volta carnefice o vittima. Orizio ha scandagliato questi giacimenti umani con la curiosità del reporter e la passione dell'antropologo. La sua penna ci restituisce atmosfere conradiane, che fanno pensare a Nostromo o a Cuore di tenebra. Tristi Tropici, in cui, rovesciando gli stereotipi convenzionali del terzomondismo, a soffrire e a implorare la nostra solidarietà non sono gli Altri, i Tutsi gli indios gli aborigeni, ma tribù con la carnagione chiara come noi. I Bianchi dimenticati, appunto.

Certo, non è facile comprendere e ancor meno condividere le nostalgie sudiste del signor Francisco Vieira Daniel, di professione cameraman, discendente di quei Daniel dell'Alabama emigrati in Brasile nel 1865, dopo la vittoria degli "yankee" nella Guerra Civile americana. Nella campagna di Santa Barbara, vicino a Sao Paulo, tra i campi di canna da zucchero, i "Confederados" (come li chiamano qui) una volta l'anno rievocano la loro epopea, suonando il banjo e cantando Oh Susanna. Uno di loro, travestito da Generale Lee, legge in portoghese la celebre dichiarazione di resa alle truppe nordiste: <Quando gli uomini sono divisi, non ci può essere giustizia...>. Ma poi si scopre che questa stravagante genia ha portato in Brasile l'aratro di ferro, la lampada al cherosene, l'eucalipto, le angurie, le noccioline della Georgia, e anche la prima trasfusione di sangue e l'odontoiatria moderna. E allora, le si può pure perdonare qualche sentimentalismo un po' rétro.
Il libro di Orizio, già edito in versione inglese da Secker & Warburg, è la dimostrazione che un buon reportage alla Kapuscinski (che infatti firma la prefazione) riesce a catturare il lettore molto più di un romanzo mediocre alla Joyce o alla Céline. E che l'esangue immaginazione dei nostri narratori, invischiata nella palude del manierismo letterario e incapace di creare mondi alternativi, non può neppure lontanamente competere con l'inesauribile ricchezza del mondo reale.

La nuova mappa dell'universo coloniale che Orizio traccia nel suo viaggio ci aiuta pure a capire meglio i problemi dell'immigrazione. Sentite che cosa dice Tony Wedemeyer, un tedesco della Giamaica con le trecce cotonate stile Rasta: <Dovremmo essere la nazione più multietnica del mondo, perché ci siamo mescolati per secoli tra bianchi, neri, cinesi, arabi. Invece le classi sociali esistono ancora, eccome. E guarda caso, coincidono con il colore della pelle. ...Sai che abbiamo diciassette diverse gradazioni di carnagione, dal candido al nero? Ogni tonalità ha un nome - Quadroon, Quintroon, Octoroon eccetera - e un destino già scritto>. Nella cucina di Tony, dietro la vecchia Tv in bianco e nero, sta appesa una carta geografica dell'Etiopia. Perché è da lì che veniamo tutti ed è lì che dobbiamo tornare, bianchi e colorati, ex-coloni ed ex-colonizzati: sugli altipiani dove mossero i primi passi gli antenati dell'Uomo.