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Riccardo Orizio

Qualcuno giochera’ con questi palloni
Anche per Francia '98 si useranno le sfere di cuoio cucite a mano nelle bidonville di Jalandhar da operai dodicenni. Tutte con il logo ufficiale del mondiale di calcio. Una vicenda che coinvolge Puma, Mitra, Nestle. E due societa italiane.

Corriere della Sera, 22 dicembre 1997

INDIA - Chissà a chi finirà in regalo, questo Natale, il pallone numero 8 8014966 950103 della premiata ditta Globo Sport Spa. A vederlo, nella capanna di lamiera dove vive la famiglia di Githa, è una morbida meraviglia di cuoio bianco, cucita interamente a mano e - come ricorda il marchio - «di misura ufficiale per la pallavolo olimpionica». Dal prossimo gennaio, più modestamente, inizierà a rimbalzare nei cortili e negli oratori di tutta Italia, leggero come una piuma. Facile dimenticarsi che la sua, invece, è una storia pesante. Anzi, pesantissima. Perché, anche se sembra tutto solo un gioco da ragazzi, il pallone codice 8 8014966 950103 è gonfio di fatica, sfruttamento, miseria. E, per fabbricarlo, mamma Githa e i suoi tre sottili bambini hann o dovuto trovare dentro di sé tonnellate di quella strana energia della rassegnazione che è l'unica risorsa abbondante nella bidonville di Gandhi-Chowk, periferia puzzolente di Jalandhar, Stato del Punjab, India. Ovvero nel cuore industriale della pi ù grande democrazia del mondo. Vicino alla valvola di gonfiaggio la Globo Sport Spa ha fatto stampare la scritta, in italiano e in inglese: «Garantito: non viene impiegata manodopera infantile - Garanteed. No Child Labour».

Purtroppo è una bugia. U na delle tante che, con il consenso o meno dei produttori mondiali di articoli sportivi e giocattoli, vengono dette per conservare quello che gli industriali in turbante di Jalandhar chiamano con orgoglio «il nostro margine competitivo». Una bugia pe rché quel pallone bianco l'ho visto appoggiato sulla stuoia di juta, nella capanna che Githa ha decorato con foto delle divinità Sikh e dei divi impomatati del «Punjab-pop». Le mani che lo cucivano erano quelle di Angelj, la figlia dodicenne di Githa . Una bambina a suo modo fortunata: al contrario di molti amici delle baracche vicine, di giorno va a scuola e i palloni li cuce solo dal pomeriggio fino alle 10 di sera. Inginocchiata, concentrata e con le dita piagate dagli aghi. «Ci danno 15 rup ie per ogni pallone. Riusciamo a cucirne tre o quattro al giorno. Siamo io e i miei tre figli, tutti sotto i dodici anni. Mio marito, invece, è riuscito a trovare un lavoro in città. Il cognome? No, non posso dirlo. I sensali, quelli che ricevono il lavoro dalle fabbriche, ci hanno ordinato di non parlare con gli stranieri». Mentre Githa racconta, due uomini scesi dalla bicicletta ci osservano con i bastoni in mano. Sono gli intermediari che le fabbriche impiegano per distribuire nelle case le s trisce di pelle, caricate su ricsciò, e poi ritirare i palloni finiti. Con loro non si scherza.

Nei mesi scorsi, nel vicino Pakistan, in quella regione di Sialkot dove migliaia di bambini producono l'80 per cento dei palloni di tutto il mondo, i me zzani hanno malmenato alcuni fotografi americani. E anche i giornalisti che superano questo ostacolo, ne trovano un altro: la propria coscienza. «In un villaggio qui vicino viveva Sonia, 11 anni, cieca. L'abbiamo trovata che cuciva palloni con la fac cia del campione inglese Eric Cantona. Guadagnava 350 lire all'ora», racconta Kuldip Chand, il timido volontario dell'associazione umanitaria indiana Arpan. All'inizio Sonia sembrava la testimonial perfetta per la campagna contro lo sfruttamento dei bambini. Ma la vicenda si è conclusa in modo disastroso. «Dopo un grande reportage sul periodico americano Life, Sonia e la sua famiglia sono state cacciate dal villaggio. I loro compaesani non li volevano più con loro - racconta Kuldip - perché i me zzani avevano ritirato gli ordini. In pratica, a causa di Sonia, l'intero villaggio era stato ridotto alla fame. Siamo dovuti intervenire noi, pagandole una scuola. Altrimenti a quest'ora Sonia sarebbe morta».

A vedere le catapecchie di Gandhi-Chow k, di Bastibawakhel, di Badhaliwal e delle altre bidonville vicino a Jalandhar sembra impossibile immaginare che gli interessi economici in gioco siano così alti. Sono case povere, dove mucche e bufali spelacchiati ruminano tra la spazzatura. Non ci sono fognature, telefoni, ospedali, medicine. E' un'immensa periferia da Terzo Mondo, che il resto dell'India considera privilegiata perché, almeno, qualche fabbrica ce l'ha. Ma i conti sono presto fatti: le 15 rupie che Githa e i suoi bambini guadag nano per ogni pallone equivalgono a 675 lire. In dodici ore di lavoro senza soste, i più rapidi riescono a cucire quattro palloni. I più, tre. Significa che bambini come Masih, Pintu, Shiobaran e tutti gli altri che lavorano intorno a Jalandhar vengo no pagati 170 lire all'ora. «L'Italia importa 2,8 milioni di dollari all'anno in palle e palloni. Per non parlare dei guantoni di pugilato e delle mazze da hockey», dice Jay Singh, l'oscuro eroe dei bambini di Jalandhar. E' un omone massiccio, ex i ngegnere navale, che vive in una casa sporca e disordinata nei vicoli di Phillaur, un altro centro industriale dell'area. Singh ha l'hobby di citare in giudizio politici e latifondisti del Punjab che utilizzano lavoro minorile o schiavi adulti per la vorare nelle proprie fabbriche e tenute agricole. Con lui al fianco, basta trascorrere un giorno nelle bidonville per compilare un lungo elenco di celebri marche che quando scrivono sui loro palloni «cucito a mano» dovrebbero aggiungere «dalle mani di bambini tra i sette e i 14 anni». Ecco l'elenco dei palloni visti in lavorazione in un sabato qualsiasi di dicembre: Puma, Mitra, Nivia, Cosco, Arsenal (pallone ufficiale della squadra di serie A inglese), Uhl Sport, Sondico, Minerva, Sport Chale t, Blackbourne (altra squadra di calcio inglese), Spartan, Nestlè (i gadget regalati insieme alle merendine), Universal (da pallavolo) e Mondo Spa. Molti hanno il simbolo di Francia '98: ufficialmente approvati dagli organizzatori del campionato mond iale di calcio. La Mondo è un'azienda italiana con sede a Gallo d'Alba, in Piemonte. Fornisce palloni alle Olimpiadi sin dai giochi di Montreal. Quelli cuciti a mano - alcune decine di migliaia all'anno - li importa dal Pakistan o dall'India. Quand o compra in Punjab, non negozia con i mediatori, ma con grandi aziende come la Mayor & Co. «Chiediamo assicurazioni scritte che quei palloni non vengono cuciti da bambini. Dal punto di vista legale siamo a posto.

Cosa poi succeda davvero, non posso a ssicurarlo - dice il responsabile finanziario Gianfranco Prato. - Di certo so che, grazie all'industria dei palloni, Jalandhar ha più scuole che altrove e nei capannoni di bambini non se ne vedono». Peccato che «solo il 20 per cento della manodoper a del settore lavori in fabbrica. Gli altri cuciono da casa, senza alcun controllo», come spiega Jay Singh. D'altra parte, il lavoro minorile è vietato dalla legge indiana solo nelle attività pericolose. E l'industria del pallone non è considerata ta le. Ma esiste una Convenzione Onu sui diritti dei bambini - firmata anche da Italia e India - che afferma, all'articolo 32, il «diritto del bambinio a non venir sfruttato economicamente». Secondo uno studio dell'organizzazione umanitaria Christian Aid, in India 90 milioni di bambini tra i sei e i 14 anni non vanno a scuola. Di loro, più della metà lavora a tempo pieno. In un ufficio di New Delhi, nel caos e nello smog opprimente della capitale indiana, c'è l'ufficio di un'altra organizzazione - la Saacs - che li vuole difendere con un progetto ciclopico: far marciare per 80 mila chilometri in decine di Paesi di Asia, Africa e America Latina le rappresentanze dei bambini sfruttati, terminando il prossimo 1 giugno a Ginevra, davanti alla se de dell'Organizzazione mondiale del lavoro. «Ce la faremo, anche se sembra una follia», dice Alam Rahman, un frenetico canadese di 26 anni di origine indiana che, dopo l'università, è tornato nella patria dei suoi genitori per lavorare come volontari o anti-sfruttamento. Duecento chilometri più a Nord, nel bazaar di Jalandhar, Davinder Mahajan ride a sentir parlare di marce e di campagne. La sua azienda, la Mahajan Enterprises, non si ferma di fronte a nulla. Fingendo di essere un imprenditore italiano che vuole comprare palloni-giocattolo in occasione della grande kermesse di Francia 98, ci si sente promettere da mister Mahajan: «Ecco il catalogo. Partiamo da 3,44 dollari al pezzo. Se vuole, ci stampiamo sopra che non è fabbricato con lav oro infantile. Stampiamo qualunque cosa lei desideri. Non si preoccupi: tanto, chi fa poi i controlli?».

Non è una vergogna lontana e astratta. E non vale solo per i palloni-giocattolo, quelli che si comprano nei supermercati italiani per 20 mila l ire. Ogni domenica, quando una squadra manda in campo i propri miliardari, li fa giocare con sfere da 120 mila lire l'una: ricordiamoci che a farle rotolare la prima volta, nelle bidonville di Jalandhar o di Sialkot, sono state le mani di un bambino.

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