Talk of the Devil
Parola del diavolo.

Il Nuovo
26 agosto 2002
Orizio, un cronista
e i poveri diavoli della Storia
di Paolo Pagani
"Mi è piaciuto subito. Mi è piaciuto davvero molto". Il cannibale Jean-Bédel Bokassa, già imperatore del Centrafrica, ha un debole per Silvio Berlusconi. Lo ha visto in tv. E allora lo dice a Riccardo Orizio, un giornalista anglo-bresciano assai curioso e bravo che si è messo sulle tracce dei "poveri diavoli", vale a dire gli spregevoli dittatori & i caudillos improbabili disarcionati dalla Storia, in Parola del diavolo (Laterza, 190 pagine, 14 €).

Uno sfatto Idi Amin Dada, lo stesso visionario Bokassa, Menghistu, Hoxha (Orizio incontra drammaticamente la vedova, anzi: la Vedova Nera), Baby Doc Duvalier, Milosevic (anche in questo caso parla la signora, la dottoressa Markovic: lei pretende d'essere chiamata così), Jaruzelski. Sette capitoli tesi come funi d'acciaio, sette storie da divorare con una velocità inversamente proporzionale a quella impiegata dalle cronache e dalla legalità a sbarazzarsi di certa gentaglia.

Orizio è un giornalista molto sui generis che ora scrive da Londra per La Repubblica e, prima, era il responsabile della redazione CNNItalia di Atlanta (Usa). Questo suo secondo libro (il primo era Tribù bianche perdute) racconta tante cose: 1) la passionaccia per l'Africa, metafora di nefandezze e sublimi utopie; 2) un metodo di lavoro fatto di pazienza, raccolta di informazioni, tigna investigativa nell'allineare dettagli e indizi per raggiungere gli obiettivi; 3) la propensione, molto poco italica, all'asciuttezza non solo dello stile (che comunque è un pregio), ma anche dello sguardo: all'equanimità, ecco, che non è l'Araba Fenice dell'obiettività tanto strombazzata, ma un atteggiamento di attento ascolto dell'interlocutore. Parola del diavolo è un libro da leggere, che si fa largo, con la sua qualità civile, in mezzo a tanta fuffa estiva.
Orizio, che è il Ryszard Kapuscinski di noialtri, ha lavorato molto. Almeno dal maggio del '93 (data del faccia a faccia di Tirana con la temibile "babbiona" Nexhmije Hoxha, vedova di Enver) al dicembre 2001 del lungo, drammatico abboccamento con il generale Wojciech Jaruzelski. Otto anni di scavi storico-biografici, disavventure (a Tirana, Orizio va in galera), tragicomici sotterfugi (come a Gedda, Arabia, en attendant di vedere Amin Dada), astuzie professionali (ad Harare, Zimbabwe, l'appuntamento col duce rosso etiopico Menghistu arriva dopo uno slalom accorto fra depistaggi telefonici).

Parola del diavolo è un lungo viaggio alla ricerca della pietas: di quella che è morta, sepolta sotto alle montagne di cadaveri prodotti dai poveri diavoli, e di quella che deve restare viva, per capire e per capirli. Ogni profilo di relitto storico, ogni dittatore insomma, è (non didascalicamente) inquadrato, con rara dote di sintesi giornalistica, nel dramma del suo tempo e del suo luogo: ogni capitolo spiega con placidità divulgativa il contesto, direbbe Sciascia, inquadra la vicenda di ogni Paese coinvolto, il suo tragico caracollare della cronaca politica verso il dramma.

E tra tutti i diavoli spicca per sontuosa tragicità la figura militarmente dignitosa e moralmente altissima del generale Jaruzelski: Bonaparte rosso, o salvatore della Polonia dall'invasione sovietica?  Questo è il capitolo più bello del libro. Persino per ambientazione narrativa: fuori il gelo, la nevicata su Varsavia, un'aura tolstojana per la confessione tragica e dolente di un protagonista vero del Novecento. Che ha da lamentarsi, con Orizio, di una sola cosa: "Lei mi ha messo in un libro con tutti i criminali della Storia, ci manca solo Pol Pot....".

Speriamo naturalmente che Parola del diavolo venda tanto. Per Orizio, che lo merita, e per sua moglie Pia che lo sopporta. Una segnalazione sola, all'Editore: please, togliete dalle prossime centomila copie il refusino di pagina 118, dove Baby Doc Duvalier risponde a una domanda con uno sgrammaticato "A parte da alcuni", anziché con "a parte alcuni"... Il Diavolo sta infatti, come dicevano gli antichi, anche nel particolare.