Talk of the Devil
Parola del diavolo.

La Repubblica
30 luglio 2002
Un ostinato cronista a caccia di dittatori
In stile asciutto e fattuale i ritratti-interviste che l'autore ha realizzato in viaggi non privi di rischi
di Paolo Garimberti
Il secondo libro di Riccardo Orizio (Parola del diavolo, Editori Laterza, 14 euro) è l´ideale continuazione del primo, Tribù bianche perdute. L´altra volta Orizio si era messo in viaggio per cinque continenti per scovare gli ultimi, dimenticati eredi dei colonizzatori, diventati a loro volta colonizzati, piccole riserve bianche in paesi sperduti. Il libro, pubblicato dapprima in Inghilterra, aveva ricevuto recensioni entusiastiche dalla stampa britannica, l´Indipendent aveva osato perfino un paragone con Chatwin.

Stavolta al viaggiatore-esploratore subentra il viaggiatore-cronista, che parte alla ricerca degli ex dittatori muovendo, nella maggior parte dei casi, da indizi minimi per scovarli nei loro nascondigli, correndo anche qualche rischio, come quello di passare una notte tutt´altro che serena in una cella di Tirana, sospettato di essere un agente straniero.

Percorrendo le 190 pagine, scritte con un appropriato stile asciutto e fattuale che l´autore ha affinato nella lunga frequentazione del giornalismo anglosassone (Orizio è stato capo della redazione di Atlanta di Cnnitalia, il sito Internet frutto di una joint venture tra Kataweb e Cnn, ed ora scrive per La Repubblica da Londra) ho annotato tre parole: ritagli, contatti e ostinazione. Che, messe insieme, fanno la definizione del cronista di razza, che nella vita non arriva a essere tale se non consuma molte suole di scarpe e non riempie molti taccuini di appunti. I ritagli, dai giornali e dalle agenzie, gli sono serviti per trovare i primi indizi. I contatti per individuare le piste giuste che portano all´obiettivo. L´ostinazione per non arrendersi anche quando la missione sembrava davvero impossibile.

Così per trovare Jean-Bédel Bokassa, l´ex imperatore del Centrafrica, Orizio ricorre alla mediazione di un giornalista della radio centrafricana, il cui nome aveva trovato nei dispacci dell´Associated Press da Bangui. Per arrivare al colonnello Menghistu, il dittatore che sconvolse l´Etiopia con il «terrore rosso», rifugiato ad Harare, il contatto giusto, un giornalista americano che vive nello Zimbabwe, gli «regala» il numero di telefono; l´ostinazione gli consente di ottenere un appuntamento dallo stesso Menghistu (che risponde facendosi passare per il segretario di se stesso), dopo che per mesi quel numero aveva squillato a vuoto.
A Tirana, dove l´autore cerca a lungo di arrivare alla vedova di Enver Hoxha, reclusa in un carcere a regime duro, è «una coppia incontrata per caso, lei reporter, lui diplomatico», che finalmente gli indica la via possibile.

Il risultato di questo viaggio lungo e avventuroso del cronista è una galleria di ritratti-interviste di personaggi che lo stesso autore definisce «surreali». Talvolta irriducibili guasconi, come l´ex tiranno ugandese Idi Amin Dada, che vive in esilio in Arabia Saudita, campando di loschi traffici, e non si pente del suo passato, anzi continua a tramare oscure guerre africane. Talvolta patetici, come Baby Doc Duvalier, presidente di Haiti a 19 anni, vittima di un padre ingombrante, di donne molto ambiziose e rapaci, che nella prima intervista da quando fuggì dal suo paese parla di vudù e di come ha perso l´immensa fortuna accumulata dal padre.

Talvolta megalomani esaltati, come il generale Noriega, il quale rifiuta l´intervista, ma in una lettera inviata all´autore dalla prigione di Miami, scrive di non considerarsi «un individuo dimenticato» perché «Dio, il grande creatore dell´universo, che scrive dritto anche se a volte per farlo usa righe storte, non ha ancora finito di scrivere l´ultimo capitolo su Manuel A. Noriega».

Talvolta sorprendenti, come Mirjana Markovic, la moglie dell´ex presidente serbo Milosevic, sotto processo al Tribunale internazionale dell´Aja, che ha fama di dura ideologa e di spietata dark lady e però arrossisce, nel corso dell´intervista in una villa di Belgrado, quando il marito la chiama al telefono dal carcere olandese e lei sussurra parole d´amore con un tono di voce artificialmente infantile per poi giustificarsi: «Siamo sentimentali vecchio stile, noi due. Io trovo Slobodan Milosevic ancora molto attraente. Un uomo affascinante. Proprio un bell´uomo, il mio Slobo».

Tra tanti relitti della storia si staglia la figura tragica del generale Jaruzelski, che difende con dignità il suo ruolo di patriota polacco, piuttosto che di traditore della patria per il golpe del 1981: sostiene che l´alternativa, che aveva davanti in quelle settimane di febbraio di ventun anni fa, era il golpe o l´invasione sovietica.

Ed è una tesi che appare convincente, non solo perché convalidata a posteriori da Mikhail Gorbaciov. Forse il vecchio generale, che al contatto diretto è ben diverso dal manichino pinochettiano con gli occhiali scuri dell´iconografia ufficiale, non ha del tutto torto a protestare con Orizio: «Mi ha messo in un libro con tutti i criminali della storia, ci manca solo Pol Pot».